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Archivi Categorie: Luoghi

Ho camminato senza muovermi, ascoltato senza comprendere e viaggiato laddove una volta ero di casa che oggi a stento riconosco se non nella memoria, in cio’ che fu, in cio’ che fui.
Se ho creduto di essere stato troppo lontano dall’esterno allora ragione e’ giunta all’attracco delle convinzioni e ho rinunciato affrontando con serenita’ e distacco cio’ che oramai mio piu’ non e’.
Giungere laddove la terra finisce e scoprire l’inganno che nuovi orizzonti non esistono, nessun passaggio di consegne al confine della vita, no gestioni rinnovate, infinito nulla in stanza del potere, desolante vuoto in spazio giochi eppure cosi’ caro e’ stato il pedaggio, tanti inutili respiri per arrivare innanzi al nulla piu’ inutile concepibile, spazio vuoto pieno di sola delusione e chiusa speranza.
Poi idealizzo, forse discendendo nella valle di erba e passaggi infiniti sorprendendo un minimo di illusione, un protrarsi dilatato, dilaniato, forse disturbante ma innocuo, loop involontario nell’illusione ferma e persistente di libero pensiero, libero ricordo, libero raccogliere.
I luoghi invecchiano rinnovandosi, decadono mutando in altro e luce, luce non indica ma copre, distoglie e perseguita chi in fondo ne cerca limitata curva d’onda, un po’ di calore, qualche sfumatura, colore che non sia forma ma piacevole, piacevole ed estraneo suppellettile.
Mi sono nascosto quindi, lento e guardingo ho cercato certezze e amici nell’alieno che ignorandomi mi ha condotto a casa, nelle pieghe dello spazio ho incuneato energie e ricordi, posseduto un alito di quell’aria che stagnante mi e’ parsa attendermi pazientemente e diligentemente.
Ancora ogni luogo e’ mio luogo e invero possiedo senza volere seppur trono di re assente e che non sia ragione, ragione vera per cui resto, per cui torno, per cui resisto.
I want to run, I want to hide
I want to break down the walls that hold me inside
I want to reach out and touch the flame
Where the streets have no name

Intrappolato come libro impolverato mai letto e tanti sono i libri che giacciono supini ed inutili e qualcosa non funziona se sapere e’ superfluo, innocente desiderio che mai si realizzera’ e guai lo facesse.
Ancora sfioro copertina di fogli bianchissimi e preziosi e seppur poco e’ passato gia’ reminescenza, annovero nell’importanza della vita, sovente avara ma ampie bracciate nobilitano e tenere stringono.
Blu profondo e nuvole forti di vento e onde ed e’ perfetto, tutto perfetto, irripetibile e non importa in quale scala classificata, in quale ordine riposto perche’ ricordo, conservo, pontifico nelle notti piu’ complicate.
Regalo importante, l’unico che abbia permesso e cosi’ doveva essere per stringere a me ancora piu’ forte e teneramente ed e’ giocattolo sorprendente, inaspettato e voluto senza conoscere a fondo motivo e ragione.
Esiste un’epica che non comprendo, mitologia tutta da creare ed inventare di base incomprensibile ma riconoscibile nei filamentosi sviluppi, facile nel mezzo, ignoto nel fine, semplice nell’uso.
Io so cosa fare e c’e’ persino reverenziale timore nell’iniziare perche’ quel bianco e’ cosi’ puro, liscio, candore immeritato per parole che non meritano, concetti innocenti e veri, dolorosamente veri, a loro volta puri ma di colore troppo vivido, tinte forzate quando serve pastello di serena concezione.
Spaventa irruente scrittura, forse ingiustificata delicatezza ma c’e’ del sacro, venerazione di un momento cosi’ ambito e legittimo voler preservare, allungare nei ricordi e nel cuore la presenza di cio’ che in fondo piu’ desidero.
Non importa se anche questa volta ho mancato l’istante perche’ ho strappato un lembo di seta profumata prima che sfuggisse dalla vista e manca solo il convincersi che non e’ sporcare, non e’ imbrattare, solo riempire, forse completare, magari lasciare per non essere dimenticati.

Fredde notti d’inverno col fuoco che bruciava ogni mio secondo.
Piccole ruote su asfalto ghiacciato eppure il vento mi seguiva, rallentato ed arrendevole mentre la corsa era virtu’, sfida, forza, indomita cavalcata.
Facile vivere quando bruci le giornate con la consapevolezza di essere eterno, perfetta simbiosi con lo spazio occupato, col tempo passato.
Facile ridere nel tempio che conserva e protegge, spada di sola luce che nulla chiede e tutto concede, oasi smeraldina, sabbia d’oro e incenso, frutto acerbo e dolcissimo, controsenso che e’ dote nel suo breve respiro.
Incredibile quanto il mondo possa essere minuscolo eppure completo di tutto ed oltre ancora, maestosamente ammantato ed e’ istante ora che sono cosi’ lontano, ora cosi’ disperso.
C’e’ molta nebbia, nebbia trafitta da lampioni, superfici sudate, viso punto da milioni di aghi e negli anni questo rimane ed e’ strano, molto strano come in fondo non importasse affatto, come se dall’aria oscura traessi nutrimento e sostanza, coesione, giustificazione.
Le canzoni, si le canzoni trascinano strade e ghiaccio, sciabolano energia nello stomaco e quei lampioni fanno piu’ male oggi che allora ma ricordare e’ obbligo non del tutto spiacevole.
Masso che trascina sul fondo ma la corda che ci unisce ci rende l’uno dell’altro, simbiosi con immagini che finiranno con me e io che non saprei cosa essere senza aver attraversato quell’unica strada che davvero ha avuto un significato.
Mere illusioni forse, oceano che mi ha inghiottito quando nemmeno piu’ ricordo e non so perche’ polmoni funzionino, perche’ occhi guardino, perche’ pezzi di note siano oramai pezzi di me.
Sono perche’ sono stato, basta solo confondere il sopra col sotto, il dentro con la finzione…
You drift into the strangest dreams
Of youthful follies and changing themes
Admit you’re wrong, oh, no, not yet
Then you wake up and remember that you can’t forget

Ogni tanto hai bisogno di andare dove tutti conoscono il tuo nome
Cosi’ recitava una celebre sigla ed e’ vero, completamente vero.
Negazione dei miei pensieri, del mio volere lo so, vivo la contraddizione, la sento mentre scava nella struttura, si insinua nelle crepe della corazza e amplifica le perplessita’.
Difficile nascondersi nella misantropia, consueta invisibilita’ e prima barriera di un mondo che a spintoni trasformo in cio’ che vorrei dimenticando cio’ che e’.
Difficile disattivare quei meccanismi radicati cosi’ nel profondo da divenire involontari e spontanei, evitare inquietudini con giocattoli di una vita intera, eppure…
… eppure entro in ampi spazi aprendo porte che conoscono le mie dita, gesti quotidiani sicuri, cronometrati, misurati, passi che seguono cammini prestabiliti e non c’e’ bisogno di guardare, di osservare, di controllare gesti e parole perche’ quella terra estranea e’ comunque la mia terra e quei volti diversi si accomunano negli occhi e nei sorrisi.
Cosi’ mi muovo senza esitazione e lascio fuori un pezzo di cio’ che sono e mi carico del suono degli altri, delle forme e movimenti e la contraddizione una volta tanto, esalta e stimola, forse regola negata dall’eccezione e straordinario e’ un gioco nel monotono quotidiano.
Si, contrapposto pensiero, dissonante forse, stridente in apparenza ma se energia e’ scontro di forze opposte allora il mio giorno ne ha bisogno, la mia mente ne ha bisogno, io ne ho bisogno…
E sia qualunque sia la
direzione
che prendono gli eventi
e sia l’unica via
per un milione di strade
divergenti
Un viaggio inizia sempre dal bisogno
di muovere un confine fino al sogno

La luce era intensissima malgrado l’orario e le ombre, lunghe, profonde, ghermivano le pareti coi loro artigli.
Il riflesso dell’acqua ondeggiava tra terra e vetri danzando con le ombre, intervalli di luce e buio in vivace alternarsi, epica battaglia tra dei dimenticati e potentissimi.
Spessi muri trasparenti tra me e il bosco di pini eppure sentivo la sua voce, il sussurro impetuoso dei rami e l’umile risposta delle creature che l’abitano.
Non capivo le parole ma il senso non era mistero, il messaggio chiedeva solo di sentire senza ascoltare e cosi’ feci, respiro su piccole onde trasparenti, movimenti come ricordi lunari e lentamente il tempo che si spegne come i pensieri, trascinando le angosce e le inquietudini lontano nel loro cerchio, nel centro del nulla.
Ricordo perfettamente come mi sentissi eppure non potrei descriverlo perche’ il contrasto lacerava le definizioni, disgregava i paragoni, annullava i raffronti.
Ricordo che ero irritato e stanco, poi perplesso e incuriosito, infine placato come raramente prima con una punta di fugace eccitazione, mistero da svelare in un nuovo orizzonte, preludio e scoperta.
Davvero fu un preludio ed e’ stato sorprendente scoprirlo lontano nel tempo e nello spazio dai quei luoghi.
Tutto lontano ora eppure ne percepisco lo schema, la precognitiva evocazione e quelle acque hanno visto la nascita di un nuovo avvenire, barriera di epoche e scogliera da cui scegliere direzioni diverse e se davvero diverso fu cio’ che segui’, non dimentico quel bivio, quelle stanze, il mistero affascinante di qualcosa che nasce e qualcosa che muore.

Colline sbiancate dalla foschia dipinte da inglesi romantici del XIX secolo e pioggia rada ma uniforme, triste epilogo di giornata.
Non c’e’ mai abbastanza poesia in me per fermarmi qualche minuto ad osservare, respirare umido odore di terra, muschio, grano acerbo.
Piccolo timore di cio’ che mi sovrasta e spazi che ghermiscono trascinando in luoghi che talvolta e’ bene evitare, non esplorare, non visitare.
A che puo’ servire poi, a chi giovano atmosfere rare e suggestive se quell’asfalto umido conduce a puntiformi destinazioni costruite su sabbia, acqua e silenzio.
Conosco pero’ quelle strade, ripide, sgretolate, del colore del cielo qualunque esso sia, pentagramma cosparso di note da eseguire con una sola mano.
Nulla e’ incompleto ma e’ pezzo di mondo scialbo e sciatto, disimpegno di un dio troppo stanco, troppo affacendato, distratto o chissa’, forse irritato e punitivo.
Poi so che non e’ vero e quelle colline innanzi a me sono come nuvole a cui do’ forma con le mente, misto di fantasia, emozione e realta’, proiezione di scelte, destini, paure e voglie, visione ad occhi serrati e polmoni desiderosi di vita.
Mi specchio in quelle cime e cio’ che penso, tutto cio’ che sono sfuma in amalgama grigio come quella terra sempre meno lontana.
Cosa rimane infine non saprei dire, forse la sola coscienza che la nebbia non elimina, non cancella, nasconde senza annullare e qualcosa sopravvive sempre al di la’ della coltre e chissa’ che cosi’ non valga anche per me.
Un freddo più pungente
accordi secchi e tesi
segnalano il tuo ingresso
nella mia memoria
consumami distruggimi
e’ un pò che non mi annoio
aspetto un’emozione
sempre più indefinibile

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