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Archivi Categorie: Nulla

 

Potrebbe essere un bar, forse un terrazzo troppo troppo caldo, magari una zanzara carica di terrore ed istinto e guardo, guardo, guardo senza ricordare ricordando troppo, confondendo si e che siano pochi i volti, pochi i passi, stanze piccole e soffocanti e fuggire, fuggire lontanissimo avvicinandosi al rancore, tenendo vicino ai pensieri il dolore, rabbioso rancore, silenzio umido e grigio, vicino, vicino ma lontano da cuore perche’ li’ cio’ che toglie sonno toglie vita e vitalita’, uccide con perfidia e noncuranza, merito e bisogno questa e’ la verita’ assoluta e incontestabile.
Voglia, voglia di dire basta ma non c’e’ urlo cosi’ forte da farsi udire laggiu’, laddove e’ andato perduto l’indefinibile senso del vivere e a ben vedere l’insostenibile peso di un treno che fischiando s’allontana e rammenta bar, terrazze, zanzare, terrori e solo l’istinto cambia in desiderio di fermarsi e non ascoltare piu’ nulla, nulla che piaccia e faccia ricordare.
Bisogno di distruzione, odori ed esalazioni difficilmente sopportabile, depressione della quale evito persino parola perche’ sintassi e’ concetto e concetto deve morire tra cenere e tizzoni gelidi e taglienti, alzare volume, alzare le mani, alzare sguardo su soffitto ogni giorno un po’ piu’ screpolato e cadente, curiosa similitudine d’occhi appannati e stanchi, certi giorni eccessivamente desiderosi di vento e sole, maggior parte d’altri notte e solitudine.
Manca un futuro a collegare bar, ad incendiare terrazzi, a cacciare zanzare e non c’e’ legame, non c’e’ desiderio di unire e su pagina bianca scolpire le parole "qui s’inizia" nel racconto senza autore da trovarsi piano piano, lentamente cercare, dolcemente scoprire ed infine abbandonare, abbandonarsi affinche’ si possa raccogliere ed essere lasciati in illusione d’eternita’ dovuta a cui tutti spetta fetta e medaglietta appuntata vicino al cuore, una piu’ grande su bicipiti roventi di forza e orgoglio, fantasia e speranza, accontentarsi e vincere, vincere sempre e se pavimento trema non farci caso, non pensare, non sentire, chiudere fuori tutto mentre c’e’ chi resta, c’e’ chi affronta il baratro del presente, ancora in piedi, ancora incosciente, ancora con giorno in piu’ da sottrarre, giorni in meno per restare, racconto che non diviene canzone, sorriso spento di sole che e’ stato, ha illuminato, ha cantato.
There’s something wrong with me chemically
Something wrong with me inherently
The wrong mix in the wrong genes
I reached the wrong ends by the wrong means

Lento, lento, lento, lentissimo, bavosa traccia alle spalle del tempo che passa scivolando in fessure sporche, forse inventate, forse annoiate in dormire senza sogni, catalessi che somiglia ad incubo di nebbia e nulla a sostenere realta’ apparentemente liscia, invero carica di bigio vuoto che ferisce ed atterrisce.
Lento, lentissimo, caparbio procedo, nell’ombra osservo, non commento, leggero disgusto, combinato sguardo, consolazione minima solo augurata, bramata senza alcuna convinzione e come automa rispondo a misteriosi comandi dettati da necessita’, compulsivo restare, silente permanere come sopportazione meritata, fio da espiare in silenzio e sottomissione, ribellione rimandabile a tempi migliori e piu’ consoni.
Rientrare combattendo tra sonno e jazzata chitarra perche’ qualcosa ancora non torna e ben piu’ di una domanda attende risposta, nel muoversi che non sento avvicinarsi o lasciare ancora piu’ indietro e quanti inutili tentennanti e fragili sguardi oltre torbida parete, illudendosi che solo li’ vi sia limite vero, timore di solitudine edificata oltremodo spaventosa, consapevole non sia crescere ma invecchiare, attesa di punto di rottura dal quale non tornare, non tornare piu’.
Leggo disappunto, leggera condanna, diverso giudizio racchiuso in cacofonico vento e non v’e’ rifugio nella spaventosa stanza degli incubi colma di malattia e aria nucleare, non c’e’ posto tra fiati imponenti di film lontani, non so raggiungere quel mare ai cui piedi riposano barche colorate e castelli distrutti di pietra comunque eterna e in ogni luogo lontano rosso sole morente, gorgo di tempo e spazio comunque fine degna e ben accetta perche’ se morte separa e amplifica distanze e valori, cosmo ridotto a battito di ciglia e’ pura poesia di materia ed energia, e’ rivincita assoluta del niente sul tutto, maledetto dna inutilmente sparso, perduto e infine troppo tardi ritrovato, walzer ultimo cadenzato da timpani possenti che realmente ci vedra’ felici e abbandonati nel bianco calore di un fuoco infine nostro, nostro davvero.
Shades of night fall upon my eyes
Lonely world fades away
Misty night, shadows start to rise
Lonely world fades away

Curva lenta, immissione verso casa, senza tempo, senza cognizione, solo gioco rimandato, noia senza nome affogata in piccola tristezza, bambina mestizia ma in fondo passeggera, forse tempo di fugace pensiero su giochi finiti, risate da rinnovare, giorni cadenzati da consapevolezze inconsapevoli.
Strada rialzata, quasi un lancio fantastico, proiezione non viaggio poi qualcosa, poi assi instabili di legno, poi lamiere a racchiudere, poca terra brulla, residui di grassa umanita’ per qualcuno rifugio, per altri disprezzo, forse fastidiata smorfia, generico commento, sbuffo di fiato caldo e gia’ tanto, troppo quando c’e’ da correre, quando si deve pensare e in fretta.
Si, poche parole, singola frase, compassione sincera, dose di coscienza scaricata e in fondo siamo uomini, del resto dignita’ contraddistingue e parrebbe omaggio sentito, tanto basta, quanto basta.
Ci sono pensieri che viventi si agitano seppur ignorati, seppur dimenticati, malgrado non siano importanti, palesemente inutili ma esiste variabile valenza, diversa sistemazione su ripiani incellofanati e lindi di anima ancora da scoprire eppur formata e dolorante, inutilmente esposta ad intemperie, immaturi nervi scoperti, prematuri incontrollabili concetti come gioco finito male, come preludio ad unico possibile risultato.
Non bastarono parole, scuse ingiustificate di frasi innocenti ingigantite da inconsapevolezza di un mondo protetto e delizioso, giusta visione parziale, porta chiusa ma non troppo quando errore non e’ aprire bensi’ farlo da solo.
Ritorno a memoria di paesi lontani, a bambini infelici, a pioggia ghiacciata fuori stanze fredde e neon gelidi, mele e deserto cosparsi della paura di rimanere solo.
Qualcuno domanda, provo a rispondere, nessun segreto, poca voglia d’essere incompreso, forse ancor meno di far trapelare null’altro che cinismo e superficiale disprezzo verso un senso ancora tutto da inventare, ancora tutto da comprendere.
Every morning I would see her getting off the bus the picture never drops
it´s like a multicoloured snapshot stuck in my brain
it kept me sane for a couple of years
as it drenched my fears
of becoming like the others
who become unhappy mothers
and fathers of unhappy kids
And why is that?

Mi sveglio e non ho alcun pensiero, assurdo silenzio al quale non sono abituato, passi confusi in immenso vuoto, potenziale tutto, reale nulla e so che nervi non capiscono, mente non realizza, shock vicino ma del ciclone ora appartengo al centro esatto e manca aria sull’arso marmo striato.
Posso mangiare, so di poterlo fare e mentre l’anta si apre davanti a me, so che quella e’ l’ultima volta e d’improvviso le gambe cedono con sordo dolore da inerzia respinto, incredula constatazione che male salira’ dal basso, profondo niente, inezie microscopiche come di valanghe che crescono e travolgono.
Strana fretta, quasi frenesia, andare, dove, andare, dove, andare dove e ricordo che e’ pianificato, deciso, brillante e semplicissimo come aprire una porta, scendere due rampe di scale e non sentire altro rumore che non sia asfalto e correre, nuova preghiera d’epoca di deboli creature, sottofondo e silenzio in moderno concilio, espiazione il cui prezzo e’ distanza, partenza senza arrivo perche’ non e’ mai muoversi, solo fuggire.
Pioggia, forse sole, umido si umido, gocce che non sento ma abiti pesanti sono vincolo dal quale fuggire ma rido felice, un po’ di piu’, un po’ di meno, qualcosa strilla, richiama attenzione, cerca udienza, umile pieta’ dello sconfitto ma basta non ascoltare, agitarsi, muoversi veloce, pensare piccole cose mentre conato d’orrore sale, sale velocemente ma rido, si rido, mani precise, sguardo un po’ meno e il campo visivo e’ un’onda chiara e confusa da evitare, da aggirare e saluto e scappo e rido e corro e non ce la faccio piu’ ed esausto e’ incubo, si incubo, sbagliato, sbagliato, sbagliato.
Scrivo e qualcosa esce, qualcosa guarisce, sapere che e’ solo inizio ma e’ inizio, collocazione temporale di universo finito e raccolto, insieme circoscritto nel quale posso contare i giorni che passano, gli incubi che fuggono e se c’e’ inizio allora fine e’ da qualche parte, laggiu’, laggiu’, forse con me, forse di me.
Restiamo ancora in questo stato di completa alienazione,
senza nome e senza una definizione
e tutto cio’ che nasce senza una ragione
accuratamente allineata a un tempo di principio e fine…

Ordine non prestabilito, led rimbalza monotono, aritmico, freddo ma nel freddo vivo, muoversi eppure guidato, tracciato, segnato, retto questo si, punta d’orgoglio e impettita fermezza d’intenti.
Osservo e non vedo nulla, non provo alcun sentimento, oramai non c’e’ classifica e gli occhi spaziano pochi centimetri non attraversando muro frontale, mattone come acciaio, acciaio come gabbia, lamento, fine d’intenti.
Non odo alcun accordo e nessun accordo avro’ quindi in libero svolgimento, libera esecuzione, libero spartito di ribellione contro ogni mio credo, negazione, negazione, negazione di piacere e cuore come se non mi appartenessero piu’, come se esistessi istante dopo istante da un niente distanziati, separazione matematica d’inutile equazione.
Sento piccoli desideri ma lontanissimi, invero montagne che sfiorano atomi inimmaginabili e proprio per questo accumunati a me molto piu’ di quanto vorrei, di quanto desideri.
Un po’ come parlare e dimenticarsene, salutare e non sapere perche’, ginnastica in gravita’ assente esco da livello d’esistenza e m’abbandono all’eco di passi mai uditi prima, scarpe che qui non sono mai state.
Sana distruzione d’istruzione acquisita, un po’ ricominciare, forse ripartire ma e’ solo altra gabbia, ennesima prigione che richiede atto di forza talmente imperante da spazzare via pareti e polvere, cristalli e medaglie, pindarico volo che e’ ode ed inno, ragionamento non calcolato, forse dedotto da prospettiva rovesciata seppur incredibilmente vera ed azzeccata come strana scommessa mai giocata eppure vinta.
Sono lontano, molto lontano ora e la mia luna e’ raggiungibile con ogni possibile numero, urla come rimbalzi di pensieri che avrei potuto formulare, scorrere e scivolare nella luce di esplosioni che esaltano buio annerendo contorni e volti, promesse di gesti, parole di piombo e se questo e’ cio’ che deve essere allora non saro’ qui quando arrivera’.
You’re a prisoner of the dark sky
The propeller blades are still
And the evil eye of the hurricane’s
Coming in now for the kill

Baricentro nella vertigine, colonna di roccia instabile nel fulcro esatto del vuoto, precipizio che sempre meno guardo, progressivamente stanco, annoiato a volte da quell’acqua sul fondo che riflette puntino di giuste proporzioni lontano e persino inutile nel solo rimbalzo d’immagini.
A mani nude ascolto voce di un tempo e si fa strada antica passione, voglia mai dimenticata e ho freddo, sensazione di vertigine sepolta nelle ore da impiegare, nella quotidiana reazione alla paralisi, nello stravolgere giorno con volere, volonta’, realizzo.
Disturba, spaventa, si spaventa l’ombra di un sogno troppo grande, irrealizzabile perche’ a portata di mano, perche’ come fantasma trasportato dal vento, vedo allontanarsi nella mestizia di pigri mesi indaffarati e c’e’ la colpa di chi nel lassismo ha seminato parole senza scriverle, gesti che muovono aria in danza che nessuno vuole vedere.
Immaginare l’impossibile e’ gioco che aiuta a dormire meglio, ma non abbracciare il sorriso di un tempo, non ancora ad espiare il rimpianto di chi prima di me mi comprese e cerco’ di guidarmi con metodo sbagliato forse ma giusta direzione, col coraggio dell’antepone l’altrui vita alla propria.
Profumo di cio’ che non puo’ piu’ essere, peso che solo non guardare rende sostenibile, sguardo di occhi bassi in cerca di perdono dopo indicibile arroganza di chi negli anni ha ricevuto solo oro e diamanti.
Sto dimenticando, dimenticando ogni minuto, ogni nuvola, ogni roccia, ogni albero ed e’ cosi’ difficile mantenere viva attenzione e concentrazione, far finta sia tutto normale quando e’ solo un nuovo modo di scivolare silenziosamente, senza infastidire ed ancora un muro, uno di sempre, uno dei miei, uno eretto mattone su mattone, indifferente nell’indifferenza sino a quando niente importera’ piu’, niente servira’, niente rimarra’.
And the sand
And the sea grows
I close my eyes
Move slowly through drowning waves
Going away on a strange day

Immobile come lago ghiacciato desidero eterno inverno, esasperata intimita’ di bruma serale in silenzioso tramonto, spettrali e spogli rami inutilmente ad osteggiare sole radioattivo e morente.
La vita pare morte e morte estensione di unica realta’ possibile se il cuore e’ inutile ricordo, superflua appendice d’esistenza, sovrastruttura inesistente, abitante di alieno pianeta del quale smarrire posizione e direzione.
Paradiso puo’ essere gelo di un momento senza tempo, ricordi di lucertole che sognano di diventare uomini all’alba dei tempi, orrore di una fine senza fine, supremo ordine di pozzo oscuro, precipizio oltre il quale muscoli non reagiscono, pensieri non arrivano, sentimenti come fango sedimentato.
Posso vedere quel luogo e piu’ lo osservo, piu’ lo desidero, conquistandone pezzo per pezzo in lenta camminata che mi condurra’ inevitabilmente indietro ma di ghiaccio rovente voglio bruciarmi il volto, di obliqua prospettiva riempirmi il petto, infantile pessimismo gli occhi e con metano rovente irrorare polmoni e sangue.
Esanime distendermi, nell’abbraccio dell’eternita’ obliarmi, deformazione di spazio sulla soglia di infinita massa, nota di sassofono in assolo disperato come sottile raggio di luce sprecato nel cosmo, fotoni d’inutile viaggio, messaggio irrisolvibile ed impenetrabile, arrogante niente con titanica ambizione di divenire pigmento in immagine dal senso compiuto.
Osservo cristalli trasformare fluida coscienza in tetro diamante un istante prima di chiudere gli occhi e scorgo barlume di felicita’, sensazione dimenticata di appartenenza, capovolgimento di realta’ invero capace di spiegare molto piu’ di quanto abbia mai domandato.
Oblio e’ donna che inginocchiata osserva silenziosa, giudica severa eppure affascina, schiavo ne traccio posizione, incamero ed attendo calore che non desidero, non bramo, non merito, non voglio.
Struttura…
Walk into
The jaws of hell.
Anytime. Anytime.
We can wipe you out
Anytime. Anytime.
THE RAINDROPS

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