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Archivi Categorie: Ricordi

Stanotte sin troppo disprezzo indossa abiti dell’oggi per non cadere nella voragine di musica che continua a conoscermi, a salutarmi con una carezza e forse e’ vero essere unico tocco che ormai so accettare, sole labbra di lingua nota, pugno che ancora fa male e sangue vermiglio non mente, non mente mai.
Istinto e mani nervose volano verso sigarette gia’ bruciate, fumo che ancora annebbia occhi arrossati in cerca di autunno mai terminato eppure spaventosamente lontano, mutazione, mutazione e trasformazione, forse crescita o abitudine segnata da solchi non ancora marcati ma inesorabili come fuoco che scava immobile superficie della terra, cristallizzando sabbia, evaporando acqua, incenerendo cio’ che incolpevole vive.
Si faccia avanti quel mare, piu’ vicino oggi di allora eppure sempre piu’ irraggiungibile, guscio di un sogno che non deve essere realizzato perche’ carne soda e compatta di corpo che non s’arrende e non vuole guardare, non vuole vedere, non pensa, non pensa e tutto e’ grigio e tutto e’ rosa e tutto e’ campo verde su fresca montagna, ruscello che ancora non so fermare, mani gelate e bagnate nella conquista di minimo comune denominatore che gia’ conosco e senza vanto posso solo regalare, senso univocamente determinato in un tutto fare ridotto a scelta giusta, quella almeno giusta si.
A volte e’ strana rivelazione, altre bisogno di regressione salutare e benefica, cibo dal gusto acerbo che porto lentamente alla bocca come ultimo pasto, nutrimento che sa di fine e immenso, di dono dovuto, di meritato inno a tutto quanto abbia un senso definibile ed ammirabile in un’arte che non si sa bene cosa, che non si sa bene come.
Ansia da accontentare, nuove scoperte, perfezione rivelata ad occhi chiusi quando gioco si confondeva col cielo e con le stelle, plastica tecnologia di un cosmo che ritenevo immenso eppure tra le finestre l’oggi e il domani, germinato seme, preludio ed epilogo, forse definitivo punto a tutte le frasi ancora da scrivere, ancora da costruire.
There ain’t no communication
but I’m trying to make it
There’s a world of gloss and I’m trying to break it
With my tiny little hands I’m building castles in the sand
I’m only one of the Lost generation

Ogni mattina una partenza in strana contrazione di tempo e spazio, kilometri come centimetri come siderali micrometri in impaziente mente, assenza di causa effetto, dopo distante un gioco, un sorriso, in attesa di gioia dovuta ed irrinunciabile quando irrinunciabile era assoluto.
Illuminato da sole rovente, nessuna fatica, nessuno sforzo nel rito di mistico inventato e da inventare, accettare quanto accade col sogno di chi ignaro dorme e confonde differenti piani di realta’ mentre asfalto vivo si snoda di serpente affondato nell’azzurro, ripido e spaventoso scivola tra rovi e terra brulla, terra in fiamme, giallo e marrone nel preludio di bianche case, donne nere, nerissime, strana umanita’ alla quale eppure appartengo molto piu’ di quanto vorrei, gente che dimora in guscio di noce nel poco piu’ che primitivo, scomparsi ricordi, atemporale saluto e ricordo sfalsato nei racconti di chi educa, di chi insegna, di quanti non sanno, non capiscono, non si rendono conto.
Redentore nelle note, mano di Dio benevola e gentile se arrivare e’ qualcosa di piu’ di fermarsi e prendersi con forza la vita, se toccare terra e correre e nuotare e inventare e ascoltare e imparare resta immutato e fortissimo, secondi da contare perche’ secondi che contano, perche’ respirare aria tersa ovunque occhi chiusi conducano puo’ essere immenso privilegio, esperienza d’indicibile potenza quando valore del giorno che finisce si misura in lampadine accese, mani gelate, fotogrammi sempre piu’ noiosi, sempre piu’ distanti.
Paradosso di quanto non ha sapore, non piu’ eppure un tempo sale e cuore, energia che muove e agita pensieri malgrado disprezzo e giuramenti, stanchezza e disgusto di luoghi che non ho saputo comprendere, di gente invero compresa benissimo, rimanendo aggrappato a mancanza di nostalgia, forse un ritorno, minuscola voglia d’inconsapevole immortalita’ in luce bassa, sottile respiro, stelle oscurate in tetra anima.
Then I was inspired, now I’m sad and tired
After all, I’ve tried for three years seems like ninety
Why then am I scared to finish what I started
What you started – I didn’t start it

Cio’ che non rende adulti potrebbe essere capacita’ di stupirsi o forse meraviglia di nuove vie, nuovi suoni, nuove sensazioni, sinergia tra innocenza e fantasia che esperienza trascina con se’ affogandola nella sicurezza, certezza di tutto comprendere, ogni cosa gestire, immenso ridotto a foglio multicolore.
E’ cosi’ eppure non e’ cosi’, non sempre, non per oasi di felice e immobile terra, luogo senza tempo perche’ senza inizio impossibile conoscere fine, ritenzione di purezza, conservazione della migliore parte di ognuno, meritorio ricorso a mai dimenticato sentimento d’universale passione, infinito tra minuscoli sassollini perche’ nell’insperato nulla si celano grandi verita’ in un rincorrersi trasversale alle dimensioni, alle ere che s’avvicendano come inutili secondi, a parsec distanti pagina girata e divorata d’incontenibile passione.
Comprendere e’ irrilevante, sentire e’ oltre lo sperabile, auspicabile ma certezza non esiste nel breve intercorrere degli sguardi quando serve intera vita per decidere cosa sia rimasto in dono, trasduttore di bisogni in necessari voli quando cielo e’ troppo grigio, mentre pioggia uniforma a lacrime persino colorati aquiloni che sfidano nembi e lampi, incuranti di fiamma e tuono nel solo intento di esserci, col solo scopo di resistere.
E il mare, perche’ c’e’ sempre mare mentre si cresce, scoprendo che sale brucia ma da’ sapore, che pane e’ come carne di un Dio molto piu’ vicino di quanto si possa sperare, che suono appresso all’altro puo’ divenire sinfonia se orchestra cavalca vento e onde, se antica torre e’ roccaforte di mistero che deve rimanere tale nel cuore di bambino che non vuole crescere e senza crescere viaggiare nella schiuma dell’oceano in amore con terra, con pelle, con futuro incurante e per questo stupendo, per milioni di motivi, migliore.
Salutare infine, pregare e ringraziare, ricordare continuando ad ascoltare, seguitando a sentire, fino all’ultimo emozionarsi e sperare in dolore e paura spazzati via da canto d’angelo donato agli uomini e se si ha saputo dare serenita’ agli inferi allora davvero si merita eternita’, davvero si eredita terra, davvero non c’e’ alcun limite.
I’m not frightened of dying, anytime will do, I don’t mind.
Why should I be frightened of dying?
There’s no reason for it, you gotta go sometime.

Circondato eppure ancora dentro me stesso, conto occasioni e strumenti, ascolto cio’ che poco a poco consuma dolore chiedendo piccoli pezzi di vita ancora una volta sacrificati a orrendo silenzio.
Bisogni primari, soluzioni rivoluzionarie in spazio sufficiente a contenere vita intera, esigenza sempre piu’ forte di non lasciare nulla di se’, sparire liberando poche immagini, qualche parola, infiniti pentagrammi, essenza piu’ che sostanza perche’ oltre rimangono decenni di immane fatica, potenti lampi che qualcosa hanno eppur illuminato, fortificata corazza di cuore pavido e grasso ventre, parvenza e potenza, miscidata sostanza che ha retto e sostenuto sguardi troppo bassi e silenzi profondamente imbarazzanti.
Tecniche eccelse di sopravvivenza che domino e dominano frangenti d’orrore in cio’ che puo’ solo definirsi dorata fuga, privilegiata e fresca oasi in inferno d’esistenza confinato altrove finche’ dita sanno muoversi, fintanto occhi filtrino ancora luci da nebbie e stomaco non urli di arrendersi a strisciante nausea, eccesso di resistenza, giusto che confonde piu’ dell’errore che si ostina a cacciare, fintanto coscienza si annulli tra lenzuola sempre troppo calde, sempre troppo fredde, sempre troppo strette, sempre troppo ampie, sempre troppo buie, immerse in milioni d’errori, in frase mai dette, in troppe parole, in carezze non date, in canzoni rimaste chiuse in tremanti mani come colombe in trappola, in telefonate aride, in sole che sa arroventare senza scaldare, in desideri uccisi da un voto, in paura di vivere, in terrore di essere felici, in maledizione di chi ha potuto bruciarsi nel fuoco delle proprie passioni sacrificando ad esse ogni possibile entusiasmo, eredita’ che pare ragione e sostanza, in fondo cio’ che di ogni resta.
Del resto ho solo parole da pronunciare quando nessuno ascolta e in questo tempo asincrono imparo a benedire quanto e’ concluso e cio’ resta che scivoli, che s’accasci tra le pieghe d’altrui felicita’, che parli a chi ancora vuole sentire, che illumini e protegga perche’ se un senso esiste, anche se non qui, sia comunque sufficiente, passione restante.
Cosa ci portera’ domani
se non ricordi troppo usati
Cosa ti apetti da quel cielo di nuvole incrinate
elettricita’ costante
per mantenere la tensione
disconnessione tra i pensieri
programmazione dei miei desideri
stati d’ansia persistenti
cresce la paura, cosa senti?

Manca senso d’appartenenza e manca dai freddi pomeriggi di Dicembre, ricordo di fari riflessi sull’asfalto come fiamme antiche, nero santuario di preghiere e suppliche, gioco di vita impossibile da interrompere, da ricominciare, da rinfrescare con disperazione e ginocchia al suolo, con alberi che piangono lacrime di cielo.
Si cammina senza sapere di vivere, trasparente a tutto eccetto il dolore, ammantati d’illusioni cucite col passato nobile e fragoroso di quando illusione sembra presente e futuro di eterna epoca destinata a non finire mai, mai, mai.
Lava, magma mortale e fremente sostituisce fango viscido a coprire fondo instabile di cio’ che ancora chiamo anima e basta movimento poco piu’ brusco dell’ordinario per soffocare di rovente miasma, per morire di liquido incandescente che esplode dentro stomaco e cuore, per spianare nell’orrore cio’ che a fatica si raccoglie da terra e in alto porla ad avvicinare il cielo e attendere alba che forse nascondera’ nella luce cio’ che buio malignamente evoca.
Eppure osservo persone ed esattamente so d’essere irrealta’, sfalsata dimensione, piccoli salti di frequenza tra universi irripetibili e qualcosa finisce, qualcosa inizia, la porta alle spalle si chiude e immobile scivolo con lentezza di chi conosce verita’ del momento, formula di eterno passo, cio’ che conduce a orizzonte degli eventi di totale consapevolezza, giusto suono, perfetta onda di bianco frastuono.
Strada immutata da allora, innumerevoli occasioni per uscirne, nascondersi dietro volonta’ che non basta e non bastera’ mai, trascinarsi stancamente protetto da roccia dura, durissima, sempre piu’ pesante, sempre piu’ rumorosa, battaglia che finira’ in desiderio purtroppo realizzato in attesa di notte senza stelle, di asciutte lenzuola, d’incontro fortuito e occasione di troppo per perdere inedite battaglie e riempire di silenzio furiosa verita’ che mai ho saputo sottacere in tutti quei giorni che da allora sono e saranno sempre giorni di troppo.
E il volto poi si scoprirà segnato
da tante storie che nessuno ha raccontato
senza finale: un commedia musicale
di solitudini a Natale
con chi non ti capiva mai.

Se cessasse il rombo di tutti i timpani del mondo allora nessun cuore avrebbe piu’ senso nel battere, mestiere di vivere e raccontare storie per chi solo vuol ascoltare noiose storie vissute e stropicciate, cadenti e decadenti, statiche quanto basta per rifugiarsi in forme e colori, inerti eppure molto molto espressive.
E’ che si giunge sempre al momento in cui formule si bloccano all’altezza del cuore e nemmeno sangue pare trovare pertugio in cui passare e inizia a mancare qualcosa e quel vuoto fa male, quel vuoto toglie vita e forze, fiume asciutto verso il mare, verso un nulla, parvenza di un ricordo, di un bisogno antico, di illusione che e’ stata aria e ramo slanciato in un cielo azzurrissimo, vento incapace di fermarsi, di sussurrare se non urlare forte e maestoso e furioso e osceno.
E’ che si dubita, si dubita di tutto nella spasmodica ricerca di variabili a cui attribuire valore, significato e con esso senso e compiutezza, trasposizione d’oggetto, di soggetto, di locazione in uno spazio mobile, anima statica e solitaria perche’ qualcosa deve muoversi e senza riferimenti puo’ essere sogno, puo’ essere visione di qualcosa che e’ rimasto dietro, sorpassato ma non dimenticato, solo nell’oggi, solo nella notte, solo nel freddo come impronta in fresca neve con sguardo verso luce fioca ma presente, un piede avanti all’altro dentro alla consuetudine quando non e’ tale, in mezzo al fuoco che non e’ mai eterno eppure incapaci altrimenti non si vivrebbe diversamente.
Ho preso dodici chitarre e le ho suonate al ritmo di quei timpani, tamburi miei, solo miei, solo miei, solo miei quando non posso scordare, mentre qualcosa si spezza, altro si riempie, forse comprende e brucia la gola mentre penso potrebbe persino bastare, forse finire, magari uscire imprecando contro foto impolverate ed appiccicose, vetri poco spessi, pozzi molto profondi, neve che non doveva sciogliersi cancellando cosi’ passi infine troppo lontani, strada smarrita, strada perduta, rimpianto, furore esausto, mano immobile, piu’, mai piu’.
io e’ un altro
lo zero non esiste
niente e’ nulla
tutto e’ mio

Ritmi pericolosi in piazza di mille, troppi ingressi, varchi laddove pesanti porte fermerebbero invasione ritenuta un tempo non letale, non discutibile, non ammissibile.
In quella piazza cammino veloce, occhi bassi, sguardo timido quando non dovrei, quando bambini grandi mani, grandi piedi, lunghe gambe e tamburo nel petto urlerebbero distruggendo rami ed alberi ed invece penso a canzoni che nessuno ascolta piu’, guardo il cielo che non e’ stato, osservo tutte quelle nuvole che ho dimenticato di puntare col dito, forme divertenti, similitudini solo abbozzate, immagini imperfette eppure specchi di un mondo che e’ casa, solo ingresso, tavolo da cucina, stilizzate figure che non sorridono mai eppure qui artificialmente felici e se inganno e’, non sia detto troppo forte perche’ talvolta realta’ e’ vento gelido dal quale coprirsi d’illusioni.
Non so se ha senso sperare di non sperare, se astrazione puo’ essere alienazione e se puo’ il fuori divenire dentro o il contrario che importa se manca riferimento, punto immobile in una corsa solo differenziata dove vince il piu’ veloce, dove vince il piu’ lento, dove sopravvivere e’ linea di mezzeria, dove paradiso e’ accucciarsi a bordo strada non visti, occhi oltre le montagne di bianco argento, dinamiche non inquadrabili in definiti contesti come stanze a un passo dall’alzarsi ma nell’eterno istante di quiete cio’ che riempie lo spazio tra due infiniti e’ canto di donna, ideale purezza che ancora ricordo, che non cerco per non arrivare, per continuare ad alzarmi e un giorno in piu’ ignorare, un’ora in piu’ ritagliare carta lucida e come bambino coprirmi di stelle come dio rumoroso e beffardo.
Mi ascolto e volgo lo sguardo, anche per oggi il dovere e’ compiuto, le famiglie si ritrovano, affogano nel nulla che sa di oro e platino, le strade sono ritrovi di soli ed annoiati, qualcuno fugge, altri cercano un punto d’arrivo, io mi muovo parallelo alla superficie emersa perche’ il fondo e’ dentro, mai fuori se’ stessi.
Welcome to the grand illusion
Come on in and see what’s happening
Pay the price get your tickets for the show
The stage is set, the band starts playing
Suddenly your heart is pounding
Wishing secretly you were a star

Le fotografie non avvicinano ricordi ma amplificano distanze di tempo che non e’ stato, raccontano storie di giorni non vissuti e il silenzio di immagini approssimative e’ testimonianza che dura il giro di sfuggevole sguardo, solitaria riflessione nell’alzare di vitale battito, specie di vuoto nell’affaccendata presenza quotidiana, esserci e non mancare se non in rari momenti in cui si esce entrando in se’ stessi.
Mi domando dove sono stato mentre quella luce correva meno del solito, durante il restringersi dimensionale che divorava passioni, ascriveva nella schiera d’irrealta cio’ che mai sono stato, niente di cio’ che ho fatto, nulla di quanto ho udito.
Qualcuno ha corso e l’ha fatto con velocita’ stratosferica ma non so chi, non ricordo quando e piu’ ci penso piu’ comprendo illudermi di risposta, aria viziata e stantia del possibile ricordo, perenne incertezza ed incostante domanda che lascio alle spalle come potenziale lascito, piccolo timore, silenzio ignorato ma profondo abbastanza da costringersi a non guardarlo negli occhi spenti e dolorosi.
Tutto giusto, tutto sbagliato, non soffermarsi sino in fondo, sete mai placata d’oceano lontano e sincero in cui ritrovo persone, riconosco volti, ascolto con rinnovata gioia storie e racconti, stringersi di mani, braccia, guance vicine e solo ricordare e’ distesa d’ulivi, terra brulla e spiovente, canzoni sempre uguali, immancabilmente epiche e meravigliose e alla fine della strada, case e sabbia, passato remoto di coreografica presenza e immortalita’ dell’incoscienza che invero definisce cristallizzando apparente immagine in concreta realta’.
Gia’ dov’ero, cosa ho ceduto in cambio di quattro parole lo so bene, pagato ieri il conto di domani che inevitabilmente sara’ presentato mentre l’oggi e’ il pretesto per non assumere posizione alcuna, non riflettere e guardare laddove non potevo essere, non sapevo andare, non ho mai creduto.
I’m so tired but i cant sleep
standin on the edge of somethin much too deep
its funny how we feel so much but cannot say a word
we are screaming inside but we can’t be heard

Senza occorgemene fu luce che ora confondo tra tramonto ed alba ma a quel tempo no, sapevo esattamente dove fossi malgrado non avessi la minima idea del perche’.
Mi alzai ipnotizzato e furono passi dolorosi di gambe immobili da secoli, la stanza che si allontanava, pavimento di marmo tenero e cedevole, movimenti di gigante in piccola pianura o viceversa, la sensazione e’ la stessa.
Guardai fuori l’immensa finestra rotonda, cerchio verde e perfetto, tondo da confondere e non capire bene se cio’ che stava innanzi a me era l’intero mondo o solo parte rappresentativa, forse specchio di qualcosa che a stento confinavo come reietto scarto d’esistenza.
Fu incanto, fu stupore, fu bianco talmente puro da ridefinire concetto d’energia, porta spalancata su livelli d’esistenza non altrimenti concepibili ed ipotizzabili.
Aria come emergere da fossa oceanica, respiro che dai polmoni consumava infiammando atmosfera rovente, pelle sudata, incastrato nell’infinita estate che pareva infinita eppure nemmeno iniziata.
Ebbene fu alba e non fu la mia, mi rammaricai di questo e cercai di fuggire o almeno un modo per farlo riuscendo soltanto ad abbassare il capo, rassegnato ma un’alba lo e’ per tutti, lo e’ a prescindere e cio’ che cambio’ fu il comprendere che esisteva un inizio da scovare, da respirare, un tempo in cui calore e’ tepore e confusione solo desiderio inespresso, occasione da cogliere con gioia.
Nuovamente seduto vidi quelle immagini, curiosa ed insensata rotazione, ritmico incedere, elettronica sinfonia, assurda eppure viziosamente perfetta e tutto fu trasparente nel vedermi nero, bianco, argento, rosso e se ogni luce fu pensiero, tutti gli inutili passi brucianti lacrime, sfogo che sa di rinascita, nuovo inizio, violento prezzo, maledizione compiuta.
Era giunto un tempo che ancora non conoscevo, inconcepibile, terribile, disegno perverso, ironico nel suo manifestarsi in nuova rotazione e che cambiava mai, che serviva certo ma quello era il mio cerchio, la mia danza, libero nella mia trappola e se fu scelta li’ germino’, nella luce, nell’aria, nella finestra, nella musica, nella cosmogonia di cielo spezzato, di movimento esausto.

Come eco da caverna profondissima, ascolto smarrendo senso del tempo ritrovandomi incapace di capire, solo udire, solo sentire e sono brividi meravigliosi quelli che rinuncio a gestire.
E’ notte col silenzio che ognuno merita nella vita ma da qualche parte e’ calda mattina di settembre, afa leggera ma persistente, asfalto mischiato a sete e fame, scarico d’automobili come jungla e tempo di correre, di viaggiare, di buttarmi ancora un po’ via, via nel mio mondo.
Ricerca frenetica, delizia dell’inaspettato, fremito del non ottenere quanto si cerca e poi palpebre che come in film si chiudono e riaprono a dimezzata velocita’, respiro sospeso nel petto, distorsione di realta’ che dura spazio di un sorriso e quel senso di pace misto a eccitazione di chi sente di avere un magnifico presente e un futuro dal sapore di luminosa alba.
Il resto e’ viaggio controllato, incantato, perso, meraviglioso oggetto, sfiorare per non toccare, reliquia la cui arte celata e’ piu’ dell’impronta divina, profano che nulla ha da apprendere dal sacro, semmai reciproco riflesso di comune origine, tacito accordo e pletora d’intenzioni, potenziali movimenti, diramazioni multidimensionali che si dipanano innanzi ai finestrini piu’ veloci dello sguardo ma non della voglia di vivere.
Dopo ricordo mano tremante di diamante su vinile, vibrante crescere, non consapevole ma ora certo di quel piccolo spingersi avanti verso nuovo limite, scaglie di pelle gettate altrove con la felice rabbia di chi sa di muoversi nella giusta direzione, incognito come premio e non punizione e se comprendere appieno e’ privilegio di cio’ che e’ stato, inconsapevole e’ condizione privilegiata, spazio interiore che inizia a raccontarsi, esso stesso luce nell’imposta tenebra dell’altrui concepire e come nuova carne rinascere e alfine riconoscersi.
Native these words seem to me
All speech directed to me
I’ve heard them once before
I know that feeling
Stranger emotions in mind
Changing the contours I find
I’ve seen them once before
Someone cries to me

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